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Pedalare, pedalare!

John Foot

Rizzoli
Copertina di: Pedalare, pedalare!

Il campionissimo e la locomotiva umana, l’airone, l’intramontabile e il terzo uomo, il postino e il cannibale, la maglia rosa e la maglia nera, il pirata e i gregari: storie, aneddoti ed eroi di uno sport che ha diviso il Paese e di una passione che lo ha unito.

Serve una faccenda stramba come il Giro d’Italia?
Certo che serve: è un caposaldo del romanticismo assediato dalle squallide forze del progresso.
— DINO BUZZATI

Nel 1909 sulla scia del successo del Tour de France, si corre il primo Giro d’Italia organizzato dalla “Gazzetta dello Sport”. Da allora l’Italia dei dialetti si avvia a parlare un’unica lingua e conosce uomini come Ottavio Bottecchia, il primo italiano a conquistare il Tour, che pedala per gli “schei”; il campionissimo Costante Girardengo che dà vita alla leggenda di Novi Ligure; Fiorenzo Magni, vissuto all’ombra di due antagonisti troppo grandi; Coppi e Bartali divisi dalla rivalità e uniti da una borraccia; poi Felice Gimondi, il cannibale Eddy Merckx, Francesco Moser, fino all’ultimo tragico eroe Marco Pantani. Una cosa tutti questi campioni hanno in comune: spesso provenienti da condizioni sociali svantaggiate — umili contadini, operai o muratori giunti al professionismo soffrendo e sudando — hanno saputo farsi interpreti della voglia di riscatto di un Paese e ricucire gli strappi delle sue molte crisi. E hanno suscitato un giornalismo poetico e appassionato, anche se alcuni hanno finito con lo stravolgere negli scandali del doping i loro stessi miti fatti di sacrificio, imprese e primati.
In una parabola che va dall’età aurea del ciclismo ai giorni nostri, lo storico inglese John Foot ci racconta questi campioni, e attraverso le loro avventure ripercorre la storia di uno sport e, in filigrana, dell’Italia. Perché in sella all’«anticavallo» gli italiani sono andati a lavorare, a fare l’amore e la guerra, a scioperare e a portare i messaggi ai partigiani, a godere delle domeniche al mare e a riscoprire la città durante la crisi del petrolio. Per questo il “ciclismo lavoratore”, come lo definiva Orio Vergani, “quello dei poveri, delle strade fangose, degli pneumatici strappati con i denti dal cerchione di legno” fa parte di un passato che non tornerà, ma che ha segnato per sempre la nostra identità culturale.

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