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Il Capobranco

J-Liroy Kaspar Capparoni

Rizzoli
Copertina di: Il Capobranco

Ho imparato una cosa
fondamentale, ossia: perché
i padroni hanno tanto bisogno
di un cane. Non riuscivo a capire
che vantaggio potessero averne
loro, a parte, beninteso, quello
di accompagnarsi ad animali
indubbiamente meravigliosi.
Ora lo so: credo che le persone ci
amino tanto semplicemente perché
con noi tutto diventa più facile.
Con noi, le parole non servono.

 

 

Liroy è solo un cucciolo quando incontra l’uomo destinato a diventare per lui il più importante del mondo: il suo padrone, Kaspar Capparoni. Per fortuna, da bravo pastore svizzero, possiede già un fiuto infallibile per annusare i guai, prevenire i pericoli e proteggere la famiglia che gli è stata affidata. Per esempio, sa da subito che deve accompagnare Kaspar e i figli al parco perché altrimenti si perderebbero, tiene lontana da loro quella terribile minaccia che sono i gatti, li addestra — con molta fatica — a lasciarlo dormire in casa. Altrimenti, chi consolerebbe Kaspar nelle notti solitarie che precedono la fine del suo matrimonio? E chi altri potrebbe occuparsi di lui nel periodo più buio, quando il divorzio burrascoso, la lontananza dei bambini, la malattia del padre e la mancanza di ingaggi stanno per spingerlo a compiere un passo nel vuoto? È Liroy a trattenerlo da quel baratro, e a spronarlo – a suon di leccate, mugugni e pazienti rimbrotti – a reagire alla depressione per trovare la forza di affrontare nuove sfide: le impreviste occasioni in tv e una carriera fortunata, un amore inaspettato e una vita da ricostruire da zero. E soprattutto, spetta a lui, capobranco di razza, l’arduo compito di insegnare a un uomo a diventare una guida per la propria famiglia, salda e amorevole quasi quanto saprebbe esserlo un cane. Non ci poteva essere narratore migliore per questa storia: non soltanto Liroy ha accompagnato fedelmente il suo padrone ovunque, dai set agli incontri galanti (a un pastore svizzero non è mai concesso abbassare la guardia), ma a forza di frequentare quegli strani animali che sono gli esseri umani ha sviluppato la saggezza di chi la sa lunga, l’arguzia del filosofo e un pelo, letteralmente, di candida ironia.