Cancellare le tracce

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars
Loading ...


Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo

Dallo scontro tra Togliatti e Croce ai silenzi di Pasolini e Pavese.
Dalla confessione di Brancati all'accanimento contro Spadolini.
I travagli di Malaparte, Bocca, Vittorini, Bobbio.
La storia delle polemiche feroci e delle epurazioni che travolsero gli intellettuali italiani nel dopoguerra.
Un'acuta analisi delle menzogne che permisero loro di sopravvivere.

Nell'estate 2006, il Premio Nobel per la letteratura Günter Grass rivela nella sua autobiografia di essersi arruolato, diciassettenne, nelle SS. Lo scandalo dilaga, disseppellisce vecchi rancori, chiama in causa i nomi più noti della cultura tedesca. E come un'onda di marea riporta alla luce il panorama sommerso e accidentato dei rapporti tra intellettuali e totalitarismi in Europa. È legittima infatti la domanda: e i tanti Günter Grass italiani? All'indomani del fascismo anche l'Italia piombò in un gorgo di odio, rivalità e tradimenti in cui l'imperativo categorico era rinfacciare i trascorsi altrui all'ombra della dittatura prima che venissero denunciati i propri. La guerra all'ultima delazione infuriò sulla stampa, come nella corrosiva rubrica "Caccia al fascista" inaugurata dal "Borghese". Nelle università, dove il ritorno dei professori ebrei cacciati dal regime fu accompagnato da amarezze, ingiustizie e polemiche. Nelle aule parlamentari, dove il passato brandito come arma nella lotta politica non risparmiò neppure le figure più illustri del Pantheon antifascista. Per sottrarsi all'epurazione, l'unica via fu cancellare le tracce, con strategie diverse poi perpetuate e raffi nate per decenni. Negare l'evidenza. Truccare i calendari. Sublimare il passato nelle opere artistiche del "dopo". E lamentare all'infinito la propria "generazione perduta", smarrita, incosciente. Sulla scorta di un ricco tessuto di citazioni e confronti, Pierluigi Battista analizza la malattia di un dopoguerra che, contrapponendo un passato da demonizzare a un presente mitizzato, ha impedito all'Italia di assimilare la "metamorfosi collettiva" dal fascismo all'antifascismo. Inserendo la vicenda del rapporto negato tra intellettuali e regime in un quadro storico-politico più ampio, contribuisce a spiegare una ferita che ancora oggi lacera l'Italia. Per dissipare la cappa di silenzio che avvelena il rapporto degli italiani con la loro cultura e con la loro storia.

Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo

Dallo scontro tra Togliatti e Croce ai silenzi di Pasolini e Pavese.
Dalla confessione di Brancati all'accanimento contro Spadolini.
I travagli di Malaparte, Bocca, Vittorini, Bobbio.
La storia delle polemiche feroci e delle epurazioni che travolsero gli intellettuali italiani nel dopoguerra.
Un'acuta analisi delle menzogne che permisero loro di sopravvivere.

Nell'estate 2006, il Premio Nobel per la letteratura Günter Grass rivela nella sua autobiografia di essersi arruolato, diciassettenne, nelle SS. Lo scandalo dilaga, disseppellisce vecchi rancori, chiama in causa i nomi più noti della cultura tedesca. E come un'onda di marea riporta alla luce il panorama sommerso e accidentato dei rapporti tra intellettuali e totalitarismi in Europa. È legittima infatti la domanda: e i tanti Günter Grass italiani? All'indomani del fascismo anche l'Italia piombò in un gorgo di odio, rivalità e tradimenti in cui l'imperativo categorico era rinfacciare i trascorsi altrui all'ombra della dittatura prima che venissero denunciati i propri. La guerra all'ultima delazione infuriò sulla stampa, come nella corrosiva rubrica "Caccia al fascista" inaugurata dal "Borghese". Nelle università, dove il ritorno dei professori ebrei cacciati dal regime fu accompagnato da amarezze, ingiustizie e polemiche. Nelle aule parlamentari, dove il passato brandito come arma nella lotta politica non risparmiò neppure le figure più illustri del Pantheon antifascista. Per sottrarsi all'epurazione, l'unica via fu cancellare le tracce, con strategie diverse poi perpetuate e raffi nate per decenni. Negare l'evidenza. Truccare i calendari. Sublimare il passato nelle opere artistiche del "dopo". E lamentare all'infinito la propria "generazione perduta", smarrita, incosciente. Sulla scorta di un ricco tessuto di citazioni e confronti, Pierluigi Battista analizza la malattia di un dopoguerra che, contrapponendo un passato da demonizzare a un presente mitizzato, ha impedito all'Italia di assimilare la "metamorfosi collettiva" dal fascismo all'antifascismo. Inserendo la vicenda del rapporto negato tra intellettuali e regime in un quadro storico-politico più ampio, contribuisce a spiegare una ferita che ancora oggi lacera l'Italia. Per dissipare la cappa di silenzio che avvelena il rapporto degli italiani con la loro cultura e con la loro storia.

Commenti

Autore


  • autore_img
    Pierluigi Battista

    è editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi ultimi libri per Rizzoli: Cancellare le tracce (2007), I conformisti (2009), Lettera a un amico antisionista (2011) e La fine del giorno (201 [...]


Caratteristiche


    • Marchio: Rizzoli
    • Collana: SAGGI
    • Prezzo: 18.00 €
    • Pagine: 196
    • Formato libro: 22 x 14
    • Tipologia: CARTONATO
    • Data di uscita:
    • ISBN carta: 9788817015622
    • ISBN E-book: 9788858619094

Loading...
corner-top

Dai una tua valutazione

Ti fa sentire:

Condividi su Facebook la tua valutazione

Questo libro mi fa sentire

Lo voglio leggere

Il caso di Harry Quebert

Joel Dicker



Loading...